Fabbriche di conoscenza per costruire una nuova civitas
DOI:
https://doi.org/10.60923/issn.2036-1602/22666Parole chiave:
riuso adattivo, riuso dell’ordinario, patrimonio industriale, spazi per l’apprendimento, architettura socialeAbstract
La trasformazione e il riuso del patrimonio immobiliare pubblico dismesso e in stato di abbandono – nella forma di edifici isolati, aggregati edilizi o vasti comparti territoriali – è un tema che, negli ultimi quarant’anni, ha assunto un peso via via più rilevante nel dibattito architettonico contemporaneo: sia in quanto espressione di un nuovo approccio alla realtà, attento all’impiego delle sempre più limitate risorse disponibili e consapevole del valore della memoria di un passato produttivo non lontano, di vita ordinaria, di fatica, di lavoro; sia in quanto straordinaria opportunità per ripensare la città, intesa non solo e non tanto come urbs, come forma costruita, quanto soprattutto come civitas, come comunità di persone, con le loro relazioni, le loro aspirazioni, i loro ideali politici, religiosi, spirituali o, più semplicemente, la loro umanità. Da questo punto di vista, tale enorme patrimonio edilizio, disseminato nei tessuti ormai consolidati di tutte le città – in Italia, in Europa e nel mondo – che abbiano attraversato processi di industrializzazione, rappresenta spesso una potenzialità inespressa, una realtà in potenza – ricordando Aristotele – una materia informe, inanimata, in attesa di una riscrittura, di una reinterpretazione, di una risignificazione che la trasformi nuovamente in atto, in una forma dotata di vita e di senso, decretandone la necessaria reimmissione nel divenire del mondo, nel mutamento continuo e inevitabile nello spazio e nel tempo. A partire da queste riflessioni, frutto di una ricerca teorico-progettuale che gli autori portano avanti da alcuni anni, il saggio – attraverso l’analisi critica di una selezione di casi-studio – tenta di ridefinire i confini disciplinari dell’adaptive reuse nell’architettura contemporanea: da un lato, evidenzia il potenziale sociale di un riuso finalizzato alla produzione e trasmissione della conoscenza; dall’altro, individua nella poetica dell’ordinario una possibile declinazione del tema che, rifiutando la cultura dello scarto, possa aprire a inaspettate prospettive future.
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