IN_BO. Ricerche e progetti per il territorio, la città e l'architettura https://in-bo.unibo.it/ <strong>IN_BO – ISSN 2036-1602</strong> è una rivista digitale aperta al complesso di discipline dedicate alla formazione degli Ingegneri-Architetti, da anni realizzata nel Corso di Laurea in Ingegneria Edile-Architettura, presso l'Università di Bologna. Essa nasce con l’obiettivo di mettere a confronto esperienze professionali, di ricerca e di studio sviluppate, in particolare, nell’ambito di settori scientifico-disciplinari legati al progetto del territorio, della città e dell'architettura. it-IT <p>I diritti d'autore e di pubblicazione di tutti i testi pubblicati dalla rivista appartengono ai rispettivi autori senza alcuna restrizione.</p><div><p><a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0/" rel="license"><img src="https://i.creativecommons.org/l/by-nc/3.0/88x31.png" alt="Licenza Creative Commons" /></a></p></div><p>Questa rivista è distribuita con <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0/" rel="license">licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Unported</a> (<a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0/legalcode">licenza completa</a>). <br />Vedere anche la nostra <a href="/about/editorialPolicies#openAccessPolicy">Open Access Policy</a>.</p> in_bo@unibo.it (Sofia Nannini) ojs@unibo.it (OJS Support) Tue, 21 Dec 2021 11:53:38 +0100 OJS 3.2.1.4 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss 60 Faenza, 1565 e 1630. Due rappresentazioni urbane tra il concilio tridentino e la peste manzoniana https://in-bo.unibo.it/article/view/12860 <p>Il contributo tratta in dettaglio di due rappresentazioni cartografiche della città di Faenza realizzate nel Cinquecento e nel Seicento. Nel 1565 il perito Terenzio Manzoni realizza la prima pianta presa in esame, ancora oggi conservata, in cui le chiese sono rappresentate in assonometria: è plausibile quindi pensare che sia stata realizzata per fini religiosi, come base topografica per le visite pastorali del vescovo Giovanni Battista Sighicelli. Nel 1630 Virgilio Rondinini realizza una grande mappa della città, con lo scopo di preservare la memoria della città di Faenza in un periodo nel quale l’Italia è devastata da guerre e pestilenze. Le rappresentazioni cartografiche prese in esame mostrano differenti finalità e differenti approcci nel rapportarsi con il potere ecclesiastico: la mappa del 1565 è funzionale a un’ottica decisamente controriformata, in cui il potere episcopale si serve del sentimento religioso della popolazione per il controllo sociale e territoriale della città. La mappa del 1630 è invece sorprendentemente priva di connotazioni sacrali: è probabile che il suo autore abbia voluto sottolineare un legame prettamente politico tra la sua famiglia e la sua città e la famiglia del papa regnante, Urbano VIII.</p> Daniele Pascale Guidotti Magnani Copyright (c) 2021 Daniele Pascale Guidotti Magnani https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/12860 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Nunzio Galizia e la veduta prospettica di Milano “liberata dalla peste” (1578) https://in-bo.unibo.it/article/view/12758 <p>Il contributo affronta lo studio della veduta prospettica di Milano realizzata da Nunzio Galizia e dedicata a Giuliano Gosellini (segretario del Consiglio Segreto dello Stato di Milano) in occasione della liberazione della città dalla peste nel 1578. L’acquaforte (mm 462 x 644) è conservata in un unico esemplare presso la Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli del Castello Sforzesco. Sebbene Galizia segua la precedente impostazione della veduta prodotta da Antoine Lafrery nel 1573, la pianta presenta un’immagine inedita e devozionale della Milano dopo la peste del 1576–77, e durante l’episcopato di Carlo Borromeo. Sono raffigurati i lazzaretti improvvisati nei sei borghi posti fuori le porte urbane, i fuochi che distruggono oggetti e indumenti infetti, le capanne che le cronache ricordano essere state costruite per gli ammalati, i <em>fopponi </em>(cimiteri improvvisati) e le croci stazionarie. Alle spalle della città, Galizia rappresenta l’empireo celeste (Padre Eterno, Cristo tra la Madonna, i santi Ambrogio, Pietro, Rocco, Sebastiano e Cristoforo) che la sovrasta e la libera, tra nembi di luce e nubi sorvolate da angeli.</p> Francesco Repishti Copyright (c) 2021 Francesco Repishti https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/12758 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Le città dei Barnabiti. Alcuni casi di insediamento urbano della congregazione tra XVI e XVII secolo https://in-bo.unibo.it/article/view/12840 <p>L’Archivio Storico di San Barnaba a Milano conserva un’eterogenea raccolta grafica databile a partire dalla seconda metà del Cinquecento (Cartella Grande I e II), comprendente disegni di architetture e apparati liturgici, studi preparatori per cicli agiografici e illustrazioni a stampa, rilievi e progetti di edifici. In quest’ultima categoria rientra la produzione connessa alle nuove fondazioni promosse dalla congregazione dei Barnabiti a cavallo tra Cinquecento e Seicento nei maggiori centri italiani. Il presente contributo si serve di alcuni pezzi del citato <em>corpus</em> grafico per indagare il contesto urbano in cui l'edificio si inserisce e le possibili dinamiche di insediamento seguite dai Barnabiti. A differenza di altri ordini religiosi, non pare che essi adottassero strategie ricorrenti, piuttosto che occupassero il sito di volta in volta secondo criteri di praticità e profitto in sintonia con i valori di rigore e concreta umiltà propri del loro carisma.</p> Lorenzo Mascheretti Copyright (c) 2021 Lorenzo Mascheretti https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/12840 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Roma Ignaziana: L’adattamento strategico in forma cartografica della Roma cristiana da parte della Compagnia di Gesù https://in-bo.unibo.it/article/view/12836 <p>La beatificazione, nel 1609, di Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, portò alla pubblicazione di <em>Vita Beati Patris Ignatii Loyolae</em>, stampato nel laboratorio di Galle ad Anversa (1610), che straordinariamente include una vista a volo d’uccello di Roma. Intitolata <em>Roma Ignaziana</em>, la mappa rappresenta le facciate delle dimore dei Gesuiti, i collegi, e le chiese che emergono dal tessuto urbano preesistente, facendo sembrare minuscoli edifici celebri, come il Colosseo e il Pantheon. Ciò evidenzia la trasformazione, da parte della Compagnia, della città di Roma, soprattutto nella zona centrale vicina al Campidoglio, dopo la sua fondazione nel 1540. Gli edifici maggiori sono la Chiesa del Gesù, chiesa madre della Compagnia, e la sua scuola, il Collegio Romano. Nei primi anni i Gesuiti concentrarono la loro attenzione su questa area, organizzando qui servizi rivolti alla comunità. La collocazione del loro quartier generale nel cuore della città permise ai Gesuiti di servire coloro che ne avevano più bisogno, e ancora oggi la Compagnia di Gesù continua a essere un ordine religioso fortemente connesso con le città. Tuttavia, <em>Roma Ignaziana</em> non è un disegno del tutto originale. I dominanti edifici dei Gesuiti sono disposti su una precedente mappa della città, un’incisione dal <em>Civitates Orbis Terrarum </em>di Braun e Hogenberg (pubblicato a Colonia nel 1572), a sua volta adattata a partire dalla mappa di Roma di Ugo Pinard, del 1555. La rielaborazione, da parte dei Gesuiti, di questa mappa è solo un momento del continuo, e strategico, riadattamento di immagini esistenti, che in questo caso permise loro di innestarsi nel tessuto urbano della Roma Cristiana. Questo studio indaga il posizionamento dei principali edifici dei Gesuiti in una rappresentazione di Roma, facendo emergere un quadro di come la Compagnia vedesse se stessa come un elemento integrante delle riforme in atto nella Roma post-tridentina.</p> Alison Fleming Copyright (c) 2021 Alison Fleming https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/12836 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 <em>Venetia</em> riflessa sull’acqua: ipotesi e nuove proposte https://in-bo.unibo.it/article/view/13015 <p>Il saggio si propone di indagare, per la prima volta in modo sistematico, la pianta di Venezia (<em>Venetia</em>) di Gian Battista Arzenti, una tela dipinta ad olio, conservata presso il Museo Correr e recentemente datata al 1621–26 (da Gianmario Guidarelli nel 2015). La pianta raffigura la città come un corpo molto compatto e omogeneo, in un momento della sua storia urbana in cui parte delle grandi trasformazioni progettate da Cristoforo Sabbadino nel secolo precedente sono ormai giunte al termine. Lo sguardo del pittore restituisce una veduta quasi isotropa della città, dove l’area marciana (che ha un ruolo centrale nelle raffigurazioni precedenti, come quella di Jacopo de’ Barbari, 1500) è solo uno dei fulcri celebrativi della città, insieme al Canal Grande (con la sua parata di palazzi patrizi) e all’Arsenale. In questa rielaborazione visiva di Venezia, il ruolo dei monasteri e dei conventi è centrale, ma non predominante rispetto agli altri elementi della città. Le facciate marmoree delle chiese benedettine di San Zaccaria e San Giorgio Maggiore, e la mole delle chiese mendicanti dei Frari e di San Zanipolo, emergono dal tessuto circostante senza imporsi rispetto allo spazio circostante, rientrando nella logica di una città armoniosa e compatta. Per quanto riguarda le chiese più piccole (parrocchiali e confraternali, prima di tutto) la logica del pittore le inquadra come parte integrante di quinte urbane (come la riva delle Zattere). Alla luce di queste considerazioni, ci proponiamo di mappare le occorrenze degli edifici cultuali nella pianta e di verificarne il ruolo visivo nella costruzione della rappresentazione urbana, in un equilibrio tra edifici religiosi e civili, tra infrastrutture e rete naturale di canali che Venezia celebra come immagine di una armonia sociale e politica.</p> Gianmario Guidarelli, Elena Svalduz Copyright (c) 2021 Gianmario Guidarelli, Elena Svalduz https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/13015 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Topografie del Sacro. Rovigo, tra ortodossia ed eterodossia https://in-bo.unibo.it/article/view/12849 <p>Nella suggestiva veduta incisa da Joan Blaeu (1596-1673), edita da Pierre Mortier nel 1704, la piccola città di Rovigo, posta alla frontiera tra la Serenissima e lo Stato della Chiesa, restituisce l’ordinario assetto d’una città-rurale padana nella <em>forma urbis</em> cristallizzata, per secoli, entro la propria cinta muraria.</p> <p>Malgrado le dimensioni minuscole, Rovigo esprime una vitalità socio-culturale straordinaria, percorsa da tutti i fermenti, tensioni e contraddizioni che, dalla seconda metà del secolo XVI sino al tardo Seicento, turberanno la convivenza dei gruppi sociali: qui un potente monastero, una vivace comunità ebraica e nutriti sodalizi ereticali vivono a stretto contatto, intessendo una moltitudine di rapporti nel mutevole panorama peninsulare e continentale. Comuni radici, fedeltà al trascorso governo estense e prossimità fisica all’inquieto <em>milieu</em> patavino costituiscono l’<em>humus</em> in cui si sviluppa una singolare sintesi urbana di convivenza e commistione religiosa, vissuta nel profondo tanto dalle <em>élites culturali</em> notarili e aristocratiche, quanto dalla minuta borghesia commerciale e artigiana. In tale contesto privato-pubblico sorgono, accanto ai lacerti della <em>pietas</em> medievale, confraternite di culto e nuovi centri di controllo sociale e religioso, contrapposti ai <em>palazzi</em>, alle accademie e ai teatri privati, ove si discute di neoplatonismo, cabala e teologia. Una città complessa – per molti versi <em>aliena</em> alla cultura veneta dominante – che ispirerà l’anonima quartina: “Fra l’Adige e il Po/giace, ribaldo e tristo/Rovigo, città d’Ebrei/in odio a Cristo”.</p> Andreina Milan Copyright (c) 2021 Andreina Milan https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/12849 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Da <em>tempio magnifico</em> ad <em>arnese militare</em>: trasformazioni e modelli a Mondovì e Savona tra XVI e XVII secolo https://in-bo.unibo.it/article/view/12615 <p>Quando il <em>dominio del sacro</em> è letto in negativo, quali sono i risvolti morfologici e urbani di spazi, architetture e presenze religiose che devono cedere il passo a logiche e politiche che li sovrastano? È il caso che si può affrontare analizzando l’abbattimento, nel 1573, della cattedrale di Mondovì, fiorente centro culturale piemontese, quando è decisa la trasformazione del <em>tempio magnifico</em> in <em>arnese militare</em>. Dirompenti e significativi sono i riflessi sulla dimensione architettonica e urbana complessiva dell’alto poggio su cui sorge San Donato, il <em>Mons</em>, con i palazzi della ricca aristocrazia cittadina e gli spazi religiosi sorti o consolidati in periodo post tridentino, quando la città era cattedra del vescovo Michele Ghislieri (poi Pio V), caratterizzata da una vivacità intellettuale eccezionale se raffrontata ad altri centri piemontesi, con l’università, una tipografia d’avanguardia, la compagnia della stampa, il collegio gesuitico. Nel momento in cui si rinnovano le scelte e le priorità riguardo alla vocazione urbana, si definiscono i presupposti per le diverse consistenze immobiliari, con dinamiche demografiche legate alla resilienza di ordini religiosi connessi ai destini di chiese e confraternite e la definizione di nuove organizzazioni e gruppi sociali. Il contributo affronta l’analisi e il confronto tra fonti documentarie e iconografiche diverse, di cui, pur non costituendo un <em>corpus</em> omogeneo, si può apprezzare il notevole potenziale narrativo, dando modo di riflettere sulla presenza religiosa in città, e di verificare le modalità legate ai nuovi orientamenti politici, ponendo l’accento su dinamiche non ancora esplorate, e con un confronto diretto con altre città, in particolare con Savona e le sue trasformazioni dopo la perdita di autonomia nel 1528.</p> Cristina Cuneo Copyright (c) 2021 Cristina Cuneo https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/12615 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Autorità ecclesiastica e civile nell’iconografia dell’arcipelago veneziano tra XVI e XVII secolo https://in-bo.unibo.it/article/view/13130 <p>All’interno della letteratura dedicata all’immagine di Venezia poco spazio è stato riservato alla rappresentazione delle isole della laguna, che per secoli furono cardini fondamentali dell’apparato politico, socio-economico e culturale della Repubblica. In queste terre, sin dal tardo medioevo abitate da un ricchissimo complesso di istituzioni religiose, i fermenti di riforma e le tensioni post-tridentine si manifestarono patentemente, portando alla luce forti contrasti in merito alla giurisdizione ecclesiastica e laica dello spazio terrestre e acqueo. Tra Cinque e Seicento le autorità governative edificarono all’interno dei chiostri lagunari numerosi servizi e infrastrutture collettive, quali ricoveri per imbarcazioni, foresterie, depositi di munizioni e succursali assistenziali, progressivamente accentuando il controllo statale nella vita delle comunità religiose. Ciò si riflesse nell’elaborazione di un sostanzioso <em>corpus</em> di mappe, rilievi e perticazioni, che permette di restituire non solo la quantità ma anche i diversi gradi di interventi attuati dalla Repubblica, che spaziarono dalla semplice manutenzione alla completa riorganizzazione di alcune isole. Nonostante la natura tecnica di queste fonti, esse si imposero come veicolo e modello di conoscenza del bacino acqueo, allontanando con scarto deciso la rappresentazione dei luoghi lagunari dalle <em>laudes civitatum</em> della cartografia ufficiale, e riconoscendone anche visivamente il valore di elemento costitutivo e connettivo del tessuto urbano.</p> Ludovica Galeazzo Copyright (c) 2021 Ludovica Galeazzo https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/13130 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Immagini del Sacro Monte di Varallo: Autorappresentazione e controllo del territorio (1606–40) https://in-bo.unibo.it/article/view/13003 <p>Questo saggio prende in esame tre incisioni realizzate tra il 1604 e il 1640, che raffigurano il Sacro Monte di Varallo, uno dei principali luoghi di devozione dell’Italia settentrionale in Età Moderna. In questi anni il Sacro Monte è teatro di continui scontri tra il patriziato locale, la cosiddetta “vicinanza”, e i frati che gestiscono la vita religiosa del complesso. Entrambi lottano per ottenere il controllo del Sacro Monte, un luogo conteso, per la sua posizione strategica nelle Prealpi occidentali, ai confini estremi del Ducato di Milano e a stretto contatto con il Ducato di Savoia e la Confederazione Svizzera. In questo contesto, le tre incisioni diventano eloquenti strumenti di propaganda e di rivendicazione e, per quanto effimere, esse mostrano il tentativo di appropriarsi, attraverso la forza comunicativa delle immagini, di un monumento identitario e del territorio che lo circonda.</p> Lorenzo Fecchio Copyright (c) 2021 Lorenzo Fecchio https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/13003 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Strutture ecclesiastiche medievali, dinastia e comunità: i poli religiosi nelle rappresentazioni del <em>Theatrum Sabaudiae</em> (1682) https://in-bo.unibo.it/article/view/12782 <p>Il <em>Theatrum Sabaudiae </em>è la principale impresa iconografica e corografica promossa dalla dinastia sabauda: sviluppata nel terzo quarto del Seicento, è pubblicata in prima edizione ad Amsterdam nel 1682 e presenta un corpus grafico di 3 carte e 132 vedute. Alle tavole sono associate relazioni descrittive, che rendono il <em>Theatrum </em>una rappresentazione dinamica dello spazio sabaudo, colto nel momento della ricomposizione di corpi territoriali assemblati, con strumenti diversi, tra XII e XVI secolo. La letteratura storico-architettonica ha finora sottolineato soprattutto la dimensione proiettiva dell’opera, manifesto ideologico della formazione dello Stato assoluto. Il presente contributo intende tuttavia indagare se sia possibile ipotizzare anche un’ermeneutica continuista dell’opera editoriale, finalizzata non solo a sottolineare il ruolo dei nuovi capisaldi dinastici, ma anche a fare memoria dei riferimenti legittimanti stratificati e dei luoghi espressione dei poteri – anche religiosi – che fino ad allora avevano inquadrato la vita delle comunità locali, tanto urbane quanto rurali e alpine. Orientando lo studio verso l’analisi dei poli religiosi post-tridentini, la ricerca indaga l’immagine – sovente ancora medievale – delle strutture e degli spazi relativi all’organizzazione diocesana, alla vita dei regolari e alla devozione, espressione di una pluralità di interessi e di retaggi storici stratificati a partire dal basso medioevo dinastico e comunale.</p> Andrea Longhi Copyright (c) 2021 Andrea Longhi https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/12782 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 La 'Devotio orontiana' e la Controriforma trionfante in Terra d’Otranto https://in-bo.unibo.it/article/view/12724 <p>Nel 1656 un’epidemia di peste colpisce il regno di Napoli. In Terra d’Otranto lo scampato pericolo viene attribuito all’intercessione del protovescovo leccese Oronzo. L’elevazione di sant’Oronzo a protettore della città di Lecce, voluta dal vescovo Luigi Pappacoda, è un abile mossa del prelato per riconquistare la gestione del sacro in un momento travagliato, caratterizzato dalla “guerra per le reliquie” fra Teatini e Gesuiti e dagli echi della rivolta masanielliana. Il culto del santo coincide con la costruzione della <em>Lecce sacra</em> barocca. Il risultato è quello di una città in cui lo spazio urbano è scandito perfettamente dalla presenza del sacro. La scelta di puntare sulla promozione di un <em>santo miracolante </em>locale, come Oronzo, è in linea con i dettami del Concilio di Trento che restituiscono valore all’azione pastorale dei vescovi, puntando a un’estrema personalizzazione del rapporto fra santo e fedele. Obiettivo del contributo è pertanto quello di mettere in evidenza il legame fra l’epidemia, l’azione del Pappacoda e la nascita della Lecce barocca, ampliando anche al territorio il raggio delle ricerche condotte sinora in prevalenza sulla città di Lecce al fine di creare una vera e propria <em>cartografia del sacro</em>. Oltre a una ricognizione degli edifici sparsi sul territorio, lo studio analizzerà anche l’iconografia del santo patrono, spesso affiancato alla rappresentazione <em>sintetica</em> del centro urbano sul quale esercita la sua protezione</p> Francesco Del Sole Copyright (c) 2021 Francesco Del Sole https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/12724 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Oratori pubblici di villa veneta. Identità di un’architettura sacra diffusa nella Diocesi di Vicenza https://in-bo.unibo.it/article/view/12816 <p>L'articolo si propone di presentare i risultati dello studio sulla natura e sui molteplici significati di un'architettura sacra, ampiamente diffusa nella campagna veneta: l’oratorio pubblico appartenente al complesso architettonico della villa. Lo studio è partito da una domanda molto generale: cos'è un oratorio e come è possibile definirlo e identificarlo rispetto ad altri edifici sacri? Si è compreso che solo durante il Concilio di Trento l'oratorio acquisì una specifica identità giuridica: il Diritto Canonico che regola la materia è stato pertanto studiato come un preciso strumento per definire la natura giuridica dell'oratorio di villa, declinandolo nella categoria di <em>pubblico</em>. Limitando lo studio alla Diocesi di Vicenza, l'articolo definisce la procedura prevista per la costruzione di un oratorio. Si spiega come la costruzione di un’architettura sacra in Veneto fosse sottoposta contemporaneamente alla duplice giurisdizione civile ed ecclesiastica: una legge veneziana del 1603 e le Costituzioni Sinodali. Dopo un attento esame degli strumenti giuridici, lo studio chiarisce le dinamiche attraverso le quali le tre parti coinvolte – il committente, il potere civile e il vescovo – interagivano nel processo di costruzione di un oratorio. L'articolo fornisce una sintesi dei dati ottenuti dal censimento di tutti gli oratori costruiti entro i confini della Diocesi di Vicenza tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo.</p> Giorgia Cestaro Copyright (c) 2021 Giorgia Cestaro https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/12816 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Il controllo sui confini dello spazio sacro: architettura ecclesiastica e città nello Stato sabaudo del XVIII secolo https://in-bo.unibo.it/article/view/12857 <p><span style="font-weight: 400;">In Età Moderna il rapporto tra architettura ecclesiastica e città è regolato da limiti simbolici e materiali, atti tanto a riaffermare la </span><em><span style="font-weight: 400;">sacralità</span></em><span style="font-weight: 400;"> del luogo fisico </span><span style="font-weight: 400;">–</span><span style="font-weight: 400;"> connessa alla presenza reale del Cristo nel sacramento dell'Eucarestia, secondo i dettami del Concilio di Trento </span><span style="font-weight: 400;">–</span><span style="font-weight: 400;"> quanto a identificare privilegi di natura giurisdizionale, proprietaria e fiscale. Sugli spazi ecclesiastici, infatti, si addensano diritti di immunità antichi e ritenuti inviolabili: diritti di immunità reale, che sottraggono i beni ecclesiastici al pagamento dei carichi fiscali; diritti di immunità locale, connessi al privilegio, antico, dell'asilo. Murature, cancelli, porte, sagrati, gradini si configurano pertanto come veri e propri </span><em><span style="font-weight: 400;">confini</span></em><span style="font-weight: 400;">, attorno ai quali si concentra l’azione politico-giuridica esercitata dalle magistrature secolari, impegnate a difendere le prerogative del sovrano sul territorio e sulle città. </span></p> <p><span style="font-weight: 400;">Il presente studio propone una riflessione sul rapporto tra dispositivi di interdizione dello spazio, presenza del Sacro e forme di rappresentazione in Età Moderna, adottando, come campo di osservazione privilegiato, lo Stato sabaudo del XVIII secolo, un contesto in cui sugli spazi ecclesiastici si proiettano tensioni che investono, in un senso più ampio, le relazioni tra Stato e Chiesa, e la lotta contro privilegi e immunità. </span></p> Walter Leonardi Copyright (c) 2021 Walter Leonardi https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/12857 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 La Granada di Ambrosio de Vico: <em>imago urbis</em> tra mito e realtà https://in-bo.unibo.it/article/view/12771 <p>L’obiettivo del presente lavoro è l’analisi del <em>corpus</em> cartografico realizzato da Ambrosio di Vico alla fine del XVI secolo per l’opera, mai pubblicata, <em>Historia eclesiástica de Granada</em>, di Antolínez de Burgos, e in particolare la celebre incisione <em>Plataforma de la Ciudad de Granada</em>. Si tratta di una veduta prospettica che sintetizza la situazione politico-religiosa della città durante la seconda metà del Cinquecento: il disperato tentativo delle autorità municipali di restituire a Granada il prestigio che aveva acquisito con la <em>Reconquista</em> (1492), la rigorosa politica religiosa di Felipe II e gli effetti incisivi della cultura controriformista sulla città, con figurazioni in chiave teologica e operazioni urbanistico-architettoniche atte a canalizzare i dogmi tridentini.</p> <p>Questo studio si inserisce in linea con alcune ricerche sulla storia della cartografia e sulla storia moderna di Granada, già affrontate da Moreno (1984, 1989), Barrios (2000), Calatrava e Ruiz Morales (2005) e Harris (2006, 2007), nell’intento di dimostrare che il lavoro cartografico di Vico riuscì a sintetizzare due realtà urbane complementari: quella fisica e quella simbolico-ideologica, al fine di costruire – e non semplicemente rappresentare – l’immagine trascendente di una Granada utopica rinnovata secondo il gusto castigliano e felicemente liberata dall’Islam.</p> Ana Del Cid Mendoza Copyright (c) 2021 Ana Del Cid Mendoza https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/12771 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Le più antiche raffigurazioni di Cusco. Vicende sacre e dinamiche culturali nella prima fase coloniale https://in-bo.unibo.it/article/view/12867 <p>A Cusco, dopo la Conquista, gli spagnoli favoriscono l’insediamento degli ordini religiosi, per evangelizzare gli indigeni. La città inizia a svilupparsi in diretto rapporto con chiese e conventi, nuovi poli sacri di riferimento nell’urbanizzazione coloniale.</p> <p>Le prime vedute di Cusco sono soltanto metaforiche; invece una mappa del 1643 descrive alcuni sobborghi destinati ai nativi, edificati nel XVI secolo, appartenenti alle parrocchie del Hospital de los Naturales e di Santa Ana. Questo disegno viene presentato dal parroco di Santa Ana come documento probatorio in occasione di una disputa tra le due parrocchie: l’autore è probabilmente un artista nativo. Le proporzioni tra gli isolati e le strade appaiono imprecise, ma ciò probabilmente a seguito di una richiesta dello stesso committente per apportare sul foglio annotazioni manoscritte a sostegno della propria tesi. È un documento grafico dal valore artistico sorprendente, superiore rispetto alla sua finalità pratica.</p> <p>Oltre agli aspetti spirituali, gli <em>indios</em> vengono educati in ambito parrocchiale anche al disegno e alla comprensione degli aspetti estetici: si formarono così figure professionali per sopperire alla carenza di architetti nel Nuovo Mondo. L’entusiasmo del disegnatore del piano del 1643 denota un interesse verso l’architettura tipico dell’insita creatività dei tanti nativi coinvolti nel settore della costruzione, presupposto della successiva nascita di una genuina espressione barocca, soprattutto a seguito del sisma del 1650.</p> Claudio Mazzanti Copyright (c) 2021 Claudio Mazzanti https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/12867 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Le vedute urbane di Girolamo Righettino: Le allegorie del principe cristiano, 1583–85 https://in-bo.unibo.it/article/view/13929 <p><span style="font-weight: 400;">Nella seconda metà del Cinquecento, Girolamo Righettino, geniale disegnatore e teologo (membro della Congregazione del Santissimo Salvatore lateranense), realizzò delle vedute di città contornate da ricami ornamentali caratterizzati da ricche illustrazioni allegoriche. I disegni affermarono la sua fama e furono fonte di generose ricompense. Un manoscritto autografo del Righettino scoperto di recente fa luce sulla sua unica opera superstite, un elaborato in pianta di Torino (1583). Questo articolo offre un ritratto introduttivo di una personalità dimenticata dalla storia e presenta una nuova ricerca che ci consente di situare la sua produzione unica </span><span style="font-weight: 400;">–</span><span style="font-weight: 400;"> all'intersezione tra arte e scienza, teologia e politica, topografia e allegoria </span><span style="font-weight: 400;">–</span><span style="font-weight: 400;"> nell’ampio contesto dell'Italia della Controriforma, quando le ambizioni dei governanti assolutisti furono alimentate dalla paura dell'avanzata turca nel Mediterraneo.</span></p> Denis Ribouillault Copyright (c) 2021 Denis Ribouillault https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/13929 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 La fabbrica della concordia: La prima pianta prospettica di Fabriano https://in-bo.unibo.it/article/view/12718 <p>Le prime due piante prospettiche di Fabriano (probabilmente derivanti da un disegno dal vero realizzato per una trattazione corografico-storica locale della metà del secolo XVI del domenicano Giovanni Domenico Scevolini) sono un dipinto devozionale di Domiziano Domiziani della fine del secolo e una incisione di Mattaeus Greuter del 1630. Sembrano collegate ai programmi della locale Accademia dei Disuniti. L’accademia era stata fondata dalle due fazioni politiche della città come strumento di integrazione, dopo anni di scontri per il governo di Fabriano, ormai inglobata nello Stato Pontificio. Il saggio ricostruisce l’impiego propagandistico dell’immagine urbana e dei culti locali favorito dall’Accademia dei Disuniti e da uno dei suoi leader, il canonico fabrianese Giovanni Andrea Gilio, tra i più noti teorici della retorica ed estetica controriformate, per celebrare la concordia della città in perfetto stile postridentino, ma ribaltando l’utilizzo delle immagini a suo favore al fine di ottenere l’elevazione a sede vescovile. L’impiego della veduta urbana come simbolo della concordia politica riprende una tradizione locale tardomedievale e diventa, invece che un atto di disciplinamento, un raffinato strumento di resistenza e mediazione politica e cortigiana, imitato anche dagli accademici dei Lincei nel 1630, allora guidati dal loro Segretario: il fabrianese Francesco Stelluti.</p> Giorgio Mangani Copyright (c) 2021 Giorgio Mangani https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/12718 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 La <em>Civitas Sancta</em> carmelitana: Fondazioni conventuali e ridisegno urbano nella Roma del primo Seicento https://in-bo.unibo.it/article/view/13215 <p>Dopo l’epocale riforma promossa da Teresa d’Avila tra 1562 e 1582, i Carmelitani Scalzi, nel quadro di una vivace irradiazione missionaria, approdano in Italia nel 1584, per conquistare progressivo rilievo fisico e <em>politico</em> nella capitale pontificia, dove si stabiliscono dal 1597. Otto insediamenti, sia maschili che femminili, vengono fondati a Roma lungo il XVII secolo dai Carmelitani riformati. Tre monasteri (S. Maria della Scala, S. Egidio, Regina Coeli), oltre a una casa per “le Convertite”, poi evoluta nel monastero della Penitenza, trovano collocazione nell’area di Trastevere, dando forma ad una esemplare <em>cittadella carmelitana</em>. Le nuove polarità religiose, collegate ad ambiti devozionali di crescente attrattività nella Roma barocca, disegnano sul tracciato della città controriformata aree di influenza, percorsi di pellegrinaggio, teatri cerimoniali, spesso enfatizzati da recuperi reliquiari, apparati effimeri e pubbliche celebrazioni, come quelle per la canonizzazione teresiana del 1622.</p> <p>Nei primi decenni del Seicento, i principali insediamenti carmelitani si attestano lungo via della Lungara, strategica connessione tra Trastevere e il Vaticano, e la via Pia, arteria <em>regale</em> di Roma barocca, contribuendo a definire quelle traiettorie fisiche, ideali e spirituali che avrebbero manifestato duraturi effetti sul rinnovamento urbano nei decenni a venire.</p> Saverio Sturm Copyright (c) 2021 Saverio Sturm https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/13215 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Cherubino Ghirardacci: lo storico e il religioso. Alcuni documenti e considerazioni https://in-bo.unibo.it/article/view/13930 <p><span style="font-weight: 400;">Lo studio prende in considerazione aspetti della biografia di Cherubino Ghirardacci, sottolineando che era figlio di un notaio e quindi crebbe in un ambiente colto e interessato alla storia della città e ai documenti giuridici che la definivano. Anche la letteratura cronachistica contribuì a formare la sua maniera di fare la storia, benché egli non possa essere definito un cronista: egli fu anche il primo a fare storia alla maniera moderna, ricercando e appoggiandosi ai documenti contemporanei agli avvenimenti e ai personaggi che descriveva. Egli fu inoltre un religioso impegnato a trasfondere nelle regole per confraternite religiose di laici i principi sanciti dal Concilio di Trento.</span></p> Mario Fanti Copyright (c) 2021 Mario Fanti https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/13930 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Oltre lo storico: per un profilo di Cherubino Ghirardacci https://in-bo.unibo.it/article/view/13931 <p>Relazione di padre Marziano Rondina sulla biografia e l’opera di Cherubino Ghirardacci, in occasione dell’evento “Ghirardacci500”, 6 dicembre 2019.</p> Marziano Rondina Copyright (c) 2021 Marziano Rondina https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/13931 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Cherubino Ghirardacci: parroco del concilio Tridentino https://in-bo.unibo.it/article/view/12566 <p>Le doti miniaturistiche e calligrafiche di Cherubino Ghirardacci e la tormentata vicenda editoriale della sua opera più celebre, la <em>Historia di Bologna</em>, hanno fatto sì che quanti si sono occupati di lui nel corso del tempo abbiano finito per trascurare altri aspetti della sua non breve vita, aspetti che pure concorsero nell’influenzarne la mentalità, le attitudini, la stessa biografia. Il presente contributo intende riportare alla luce uno di questi elementi, spesso ricordato dagli autori ma mai approfondito nelle sue implicazioni: l’attività di Ghirardacci come parroco di S. Cecilia, incarico che ricoprì nell’ultimo quarto della vita. L’analisi di alcuni documenti conservati presso l’Archivio Arcivescovile di Bologna, talvolta autografi, in parte già noti ma inediti, tenta di reinserire lo storiografo bolognese nel panorama ecclesiale di quel periodo che, come noto, ebbe in Bologna, grazie all’impulso impresso dal card. Gabriele Paleotti, uno dei principali banchi di prova in vista della recezione del concilio di Trento, conclusosi pochi decenni prima. Entro questa cornice il contributo mira a verificare se esista una relazione fra l’azione di Ghirardacci nelle sue vesti di parroco all’interno della città e lo spessore culturale che traspare dalle sue più note attività erudite e calligrafiche.</p> Simone Marchesani Copyright (c) 2021 Simone Marchesani https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/12566 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 All’alba della storiografia moderna: lo sguardo di Cherubino Ghirardacci sul medioevo https://in-bo.unibo.it/article/view/13933 <p>La rilevanza dell’<em>Historia di Bologna</em> di Cherubino Ghirardacci è stata ampiamente sottolineata dalla storiografia bolognese. La sua ricezione come opera storiografica, tuttavia, è stata spesso limitata alla consultazione della grande quantità di documentazione che il frate inserì a completamento e illustrazione della sua ricostruzione storica. Con lo scopo di superare questa prospettiva limitata, il saggio mostra che l’<em>Historia</em> possiede una propria valenza storiografica che risente della formazione monastica dell’autore e del contesto politico e culturale in cui fu composta. Si sofferma poi sulle modalità di lavoro e di narrazione che Ghirardacci adottò nei confronti del medioevo bolognese, attraverso l’esame di alcuni punti focali dello sviluppo storico cittadino altomedievale. Ne emerge il profilo di uno storico che era ben altro che un semplice compilatore di documenti: Ghirardacci scrisse la <em>Historia </em>con l’intento di magnificare il passato della propria città, contrapponendo la libertà e l’autonomia dei tempi precomunali con lo stato di sottomissione che Bologna subiva ai suoi tempi da parte del dominio pontificio.</p> Edoardo Manarini Copyright (c) 2021 Edoardo Manarini https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/13933 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Il paradosso del <em>vero ritratto</em>: potere e altre implicazioni nelle immagini di città del tardo Rinascimento https://in-bo.unibo.it/article/view/13934 <p>Il contributo illustra il paradosso fra il desiderio espresso in modo generalizzato di <em>verare, </em>cioè raffigurare al vero la città e il risultato di tale riproduzione che assai spesso coincide con una vista dall’alto, per i tempi, il tardo Cinquecento, rara, se non impossibile. Vengono indagate le implicazioni antropologiche di tale dispositivo concettuale, che rimanda in generale all’esigenza di dominare lo spazio. Le numerose declinazioni in cui ciò avviene, tuttavia, non pertengono soltanto l’ambito politico o amministrativo, ma anche l’ampio campo dei saperi e delle certezze religiose, non a caso messe sempre più in forse dall’avanzata della Riforma protestante. La veduta dall’alto, ricca di fascino poiché procura vertigine e illude di vedere come vede Dio, non è un caso allora se diventa uno stratagemma espressivo in un periodo di perdita di certezze e di rifondazione di saperi come i decenni cruciali di passaggio fra Rinascimento e Barocco.</p> Maria Beatrice Bettazzi Copyright (c) 2021 Maria Beatrice Bettazzi https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/13934 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Un’ipotesi agostiniana sull’origine dei cortili binati nel Rinascimento bolognese https://in-bo.unibo.it/article/view/13935 <p><span style="font-weight: 400;">Durante i secoli del Rinascimento si diffonde nei palazzi felsinei un tipo di cortile caratterizzato da logge voltate su due livelli, dove le arcate superiori presentano un ritmo doppio rispetto alle inferiori. Un contributo alla sua diffusione – come si può apprezzare ancora oggi, fra i tanti esempi sopravvissuti, nei Palazzi Ghisilardi e Sanuti Bevilacqua – si dovette all’imponente e perduta </span><em><span style="font-weight: 400;">Domus magna </span></em><span style="font-weight: 400;">di Sante e Giovanni Bentivoglio. Si ritiene, tuttavia, che l’origine bolognese di tale sistema binato non sia bentivolesca e tantomeno “lombarda”, come riferito da alcuni, poiché in Lombardia le prime attestazioni cortilive di questo tipo sono più tarde rispetto a quelle bolognesi, inoltre denotano un’ascendenza antiquaria estranea alla cultura architettonica felsinea del Quattrocento. Il più antico esempio locale, direttamente riconducibile al tipo binato, sembra essere un brano architettonico appartenente al secondo chiostro, quello dei Morti, del Convento di S. Giacomo Maggiore, concluso nel 1385, quando è priore Andrea Artusi, che governa la congregazione eremitana tra il 1368 e il 1371. Il testo che qui presento attribuisce la paternità del cortile agostiniano ad Antonio di Vincenzo, il grande architetto di San Petronio, ripercorrendone le trasformazioni primo ottocentesche quando lo spazio conventuale è compreso nel giardino informale dell’abitazione dell’architetto ticinese Giovanni Battista Martinetti e della moglie Cornelia Rossi, nota animatrice culturale. </span></p> Sergio Bettini Copyright (c) 2021 Sergio Bettini https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/13935 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Ghirardacci 500: Mostra documentaria https://in-bo.unibo.it/article/view/13936 <p><span style="font-weight: 400;">La mostra “Ghirardacci 500” (Biblioteca dell’Archiginnasio, Bologna, 6 dicembre 2019 – 6 gennaio 2020) ha messo in evidenza le opere scritte di Cherubino Ghirardacci, da quelle di devozione ed erudizione ecclesiastica alle opere storiche. Essa ha anche illustrato la sua attività in campo grafico e artistico, come miniature e piante della città di Bologna, che sono le attività meno conosciute dell’autore.</span></p> Paola Foschi Copyright (c) 2021 Paola Foschi https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/13936 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Dominio del sacro. Immagine, cartografia, conoscenza della città dopo il Concilio di Trento https://in-bo.unibo.it/article/view/13926 <p>Introduzione al volume dei curatori Mario Bevilacqua e Marco Folin.</p> Mario Bevilacqua, Marco Folin Copyright (c) 2021 Mario Bevilacqua, Marco Folin https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/13926 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Cartografie del sacro, Roma 1575–1616 https://in-bo.unibo.it/article/view/13927 <p>Durante la seconda metà del Cinquecento la produzione cartografica romana si intensifica, e si specializza in una ampia varietà di prodotti, in relazione alla particolare situazione della città nel lacerato contesto politico-dottrinale europeo. Accanto a una specifica committenza curiale – ma mai direttamente pontificia – in questo saggio si delinea il ruolo delle politiche dei nuovi ordini religiosi. In fase di radicamento e espansione, questi definiscono, e spesso si contendono, le topografie del sacro del centro universale del Cattolicesimo. In una politica spesso molto elaborata di promozione di immagini a stampa, Filippini, Scolopi, Camaldolesi e Gesuiti promuovono la realizzazione e pubblicazione di immagini cartografiche a stampa che conoscono una diffusione capillare anche grazie ai nuovi percorsi dell’espansionismo cattolico tra Cinquecento e Seicento.</p> Mario Bevilacqua Copyright (c) 2021 Mario Bevilacqua https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/13927 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100 Le tre Babilonie di Henri Estienne, Maarten van Heemskerck e Athanasius Kircher https://in-bo.unibo.it/article/view/13928 <p>Nel saggio si pongono a confronto tre ricostruzioni di Babilonia, date alle stampe rispettivamente da Henri Estienne nel 1566 a Ginevra (4 tavole); da Philips Galle nel 1572 ad Anversa, su disegno di Maarten van Heemskerck (1 tavola); e da Athanasius Kircher nel 1670 ad Amsterdam, da varie fonti (7 tavole). Pur nella loro eterogeneità – espressione di scelte grafiche, interpretazioni, processi di produzione sostanzialmente diversi – queste ricostruzioni risultano legate da una sottile trama di affinità, riconducibili in parte alle medesime fonti utilizzate dai tre autori, in parte al loro analogo intento: dare evidenza visiva ai risultati dei propri studi, immettendo sul mercato della stampa strumenti di conoscenza adeguati al rapido dilatarsi degli orizzonti storico-geografici del Vecchio Continente.</p> Marco Folin Copyright (c) 2021 Marco Folin https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0 https://in-bo.unibo.it/article/view/13928 Tue, 21 Dec 2021 00:00:00 +0100